Storie di tipografi

Un’opera di raccolta

che dura da oltre 30 anni

Circa 1.700 tipografie visitate.

In Tipoteca sono conservati e valorizzati l’immenso patrimonio di macchine per la stampa, provenienti da varie stamperie d’Italia, i caratteri di piombo e di legno, le matrici e i punzoni che ritrovano una nuova vitalità. Un ambiente che ancora sa stupire facendo conoscere il mestiere del tipografo e facendo respirare atmosfere di un passato non così lontano, ma velocemente accantonato dal mondo digitale.

Se hai materiali che possono essere salvati, contattaci!

7 ottobre 2003.
Castellammare di Stabia.

Era la seconda volta che arrivavo in questa luminosa città del golfo di Napoli, famosa per i suoi siti archeologici, le antiche terme, i cantieri navali, e per un sopravvissuto stabilimento che produceva ancora con antichi sistemi, affacciato sul mare, cordami da navigazione. Analoghe lavorazioni mi rimandavano al “mio” Canapificio Veneto, lo stabilimento che nel 1883 aveva fatto sorgere il mio paese natale.

A Castellammare di Stabia c’ero già stato l’anno prima, invitato da Sandro Fedeli, ultimo erede di una storica e prestigiosa tipografia stabiense, che stava chiudendo attività e aveva risposto al mio appello. Mi ricevette festoso nella piccola officina dove su una parete spiccavano le imponenti foto dei suoi antenati. Dopo avermi ospitato a casa per pranzo, salimmo sulla soffitta della bottega, dove da tempo aveva posto su ordinate scaffalature la straordinaria partita di antichi caratteri di legno da tempo inoperosi. Per il volume dell’insieme e per la preziosità degli stili, chiesi preoccupato a Sandro cosa intendesse realizzare per questa cessione; sorpreso della domanda, rispose che sarebbe stata una donazione; venderli avrebbe significato rinnegare la memoria dei suoi avi. Nei viaggi già fatti, raramente mi ero trovato davanti tanta sensibilità.

Per salvare dalla distruzione i materiali storici italiani, Tipoteca aveva inviato agli inizi del duemila a 8.000 tipografie un questionario per conoscere la disponibilità di caratteri e macchine da stampa non più in uso e quindi destinati alla rottamazione. Si indicava che alla risposta sarebbe seguito un contatto ed una visita per la definizione. Quelli che seguono sono alcuni appunti tratti da questi viaggi durati dieci anni in tanti paesi d’Italia.

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Plump-ciak – plump-ciak… ecco quell’incredibile marchingegno che ruotando aspirava foglio dopo foglio dalla lunga pila di carta e lo riponeva diligentemente, impresso, sul fianco.
Il ritmare dei suoni, il mistero degli insoliti strumenti, l’aria impregnata di inchiostri ed essenze odorosi.
Le pareti, a coprire le improbabili imbiancature, erano tappezzate da manifesti rievocanti date ed eventi. Fiere e Mercati, la Sagra dell’uva, il raduno dei Coscritti e le Feste dell’Assunta. Carte rigorosamente stinte, appiccicate tra loro, solidali a sostenere l’intonaco cadente che le aveva ospitate da sempre. Eri giunto in una Tipografia.

A cominciare dagli anni ottanta, l’evoluzione tecnologica in atto nel mondo della comunicazione e della stampa travolge il mondo della tipografia tradizionale. Quello che si era conservato e ritenuto valido per cinquecento anni in pochi decenni viene dismesso ed accantonato. Una categoria di colti artigiani si estingue, trascinando con sé gli strumenti di un’arte che aveva consentito la trasmissione del sapere.

Quel che rimane della storia di questi tipografi, dalle notti insonni di Gutenberg all’ingegnosità dell’ultimo compositore. Libri, caratteri e macchine da stampa sono le sole testimonianze che ci hanno lasciato del loro passaggio.

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Ti-trik – ti-trak, ti-trik – titrak…  capitava, sbirciando dalla porta, richiamato dall’inconfondibile ritmo cadenzato, di intravedere nella penombra del piccolo laboratorio, nel suo nero grembiule un artigiano indaffarato. Se ti era sfuggita alla vista la logora insegna, lo sferragliare metallico e l’aspirare affannoso di una pompa idraulica ti avevano condotto tra gli antichi banconi a indagare i segreti di un mestiere gelosamente tramandato. Eri giunto in una Tipografia.

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Sono convinto che negli strumenti costruiti dall’uomo, nel caparbio bisogno di realizzare opere sempre più evolute e belle, trasmigrino e si concretizzino la personalità di chi li ha generati. Interfaccia tra manualità e sogno, impregnati dal quotidiano contatto con lui, siano diventati loro stessi memoria tangibile del suo passato.

Cominciò così un immenso trasloco dai luoghi più impensati d’Italia per salvare il salvabile. Da periferie o storici borghi, da anonime zone industriali a pittoreschi paesini addossati alla scogliera, tra dialetti e umanità sconosciute, dove tipografi rassegnati o rabbiosi mi confidano la loro impotenza. Un immenso terremoto. Giovani e vecchi, tutti travolti dall’irreversibile e repentina rivoluzione tecnologica.

Sono impressionanti le logore macchine da stampa quando vengono sollevate per l’ultimo viaggio. Sembra non vogliano andarsene da dove hanno vissuto. Neri mostri minacciosi, spesso mutilati. Tonnellate di unta ghisa nera con carnevaleschi filanti inchiostrazioni multicolori addosso. È vivido ancora l’inchiostro dell’ultimo manifesto.

Ex Ospedale medioevale di Rivoli.

È buio e fa molto freddo a gennaio nel lugubre e basso scantinato abbandonato. Polvere, ragnatele e fatica. Nella penombra si intravedono appena i profili rinsecchiti delle antiche macchine accatastate. Torchi, pianocilindriche e platine alla rinfusa, tutte rigorosamente mutilate dagli assurdi traslochi subiti. È quel che rimane della tragica vicenda Saroglia che noi dovremmo recuperare e trasportare. Da ovest a est. “Alle 16 si smette, fa troppo freddo”.

Silvio Antiga

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